sabato 8 marzo 2014

Il Laocoonte. Predisposizione artistica a divenire un'icona.

LAOCOONTE, Agesandro, Atanadoro e Polidoro.
ca. 42-20 a.C.
Marmo, Musei Vaticani – Città del Vaticano.



“E’ da un lato l’immobile, “artistica”, decorativa Pathosformel, disponibile alla citazione
e perciò anche alla metafora, allo scherzo, all’ironia; ma quella formula conserva
intatto il suo nucleo profondo di autenticità, di dolore non solo esibito,
ma consumato, di spasimo sulla soglia della morte.”
Salvatore Settis.

Il Laocoonte fu ritrovato nel 1506 a Roma, in una vigna vicino alla basilica di Santa Maria
Maggiore. La scoperta suscitò da subito grande scalpore, venne celebrata da scrittori, riprodotta in disegni, stampe e dipinti.
La Laocoonte-mania doveva essere talmente diffusa e stucchevolmente di moda che Tiziano, in visita a Roma, non resistette dal farne una caricatura con tre scimmie (alter ego degli artisti, ma anche dei collezionisti) al posto del sacerdote e dei suoi figli.
Niccolò Boldrini su disegno attribuito a Tiziano, Caricatura del
Laocoonte, 1540-1545.

Si trattava di una statua bellissima, certo, ma l’eccitazione per il suo ritrovamento era amplificata dall’identificazione con il Laocoonte di cui aveva scritto lo storico latino Plinio il Vecchio affermando che la stessa si trovava nella villa dell’imperatore Tito. Il prestigio di tale fonte conferì dunque una risonanza ancora maggiore, quasi mistica.
Il Papa ebbe la meglio su tutti i compratori che si fecero avanti e collocò l’opera assieme ad altri marmi nel Cortile del Belvedere, in corso di realizzazione ad opera del Bramante. La leggenda vuole che durante il trasporto dal colle Esquilino verso il Vaticano, la folla lanciava fiori tant’era l’ammirazione per la statua.
Il gruppo rappresenta la storia mitologica del sacerdote troiano Laocoonte che viene aggredito da serpenti marini assieme ai due figli. Una punizione divina, pensarono i suoi concittadini, per aver sconsigliato di introdurre il cavallo di legno lasciato da Ulisse alle porte di Troia.
Mentre nell’epoca in cui fu scolpita era rimasta poco nota, forse proprio perché collocata
nell’esclusiva villa imperiale, nel Rinascimento ne furono invece tratte repliche di ogni materiale e dimensione. In età neoclassica la fama della statua fu rinnovata grazie agli scritti di due tedeschi: l’archeologo Johann Winckelmann e il filosofo Lessing. 
Un altro grande contributo alla celebrità arrivò durante il regno di Napoleone, l’unico sovrano che riuscì a sottrarre il capolavoro al Papa e a portarlo nel 1798 con un corteo trionfale a Parigi; la conquista fu però effimera perché dopo la Restaurazione il Laocoonte riprese la strada di Roma. 
Entrambi i viaggi diedero enorme visibilità alla statua, che da simbolo per eccellenza del dolore, assume così anche un valore politico, divenendo prima metafora del trionfo e poi della caduta dell’impero francese.
Ormai il potere evocativo politico del Laocoonte si era fatto così forte e universale che nel 1974 l’opera venne ancora citata in modo subliminale in una vignetta esposta alla Kunsthalle di Basilea dove il presidente degli Stati Uniti Richard Nixon combatteva contro i serpenti di un nastro magnetico, con allusione allo scandalo Watergate.
Vignetta satirica di Nixon
rappresentato con il
Laocoonte,(artista sconosciuto).
Riprodotta nel catalogo della mostra
“The Trivial Afterlife of Antiquity”,
1974-1975.
 
Billi Kid, Beware of Players Bearing Gifts, 2011. Stencil
con spray su una sezione del campo da basket NBA.

Roy Lichtenstein, Laocoön, 1984.


Dall’altra parte, la storia della statua aveva da poco subito una nuova impennata di interesse in occasione del restauro, avvenuto fra il 1957 e il 1959, che riposizionò il braccio mancante del sacerdote inaspettatamente ritrovato nel 1905. Non solo: la risonanza mondiale del restauro venne moltiplicata dalla scoperta, nella Grotta di Tiberio, di un complesso di statue stilisticamente affini al Laocoonte, una delle quali portava scolpita la firma di Agesandro, Atanandro e Polidoro, gli stessi tre scultori greci a cui Plinio aveva attribuito l’opera. Un ritrovamento sensazionale; eppure i nomi dei tre scultori non divennero popolari come la statua stessa, forse perché, come già accuratamente aveva scritto Plinio: “Anche nel caso di opere eccelse, quando vi abbiano contribuito più artisti ciò nuoce alla celebrità dei singoli”.
A conferire al Laocoonte lo status di icona concorrevano già tre fattori: il prestigio della fonte storica (Plinio), quello dei proprietari (l’imperatore Tiberio e poi i papi) nonché il luogo di esposizione (il Cortile del Belvedere). Se a differenza di altre icone, nel caso del Laocconte il nome dell’autore non ha dunque collaborato a costituirne il mito, vediamo tuttavia l’opera abbinata fin da subito ad un altro fondamentale indicatore di notorietà: la disponibilità alla caricatura (si veda la caricatura attribuita a Tiziano). Anche pubblicità e pubblicistica hanno dissacrato la celebrità dell’icona che comparve per esempio nel 1964 nella pagina di una rivista medica tedesca, “Praxis-Kurier”, che sfrutta in maniera parodistica la conoscenza popolare della statua come manifestazione
del dolore, per affrontare l’argomento dei reumatismi. Entrato nel comune bagaglio visivo occidentale, si può riconoscere sottotraccia il Laocoonte persino nella locandina della Febbre del sabato sera (1977), dove John Travolta posa con il braccio teso, così come appariva l’arto mancante nei primi restauri.
La febbre del sabato sera,
locandina. 1977


Fonte bibliografica: Francesca Bonazzoli e Michele Robecchi, Io sono un mito. Electa, Milano
2013.

Edited by Domitilla Magni

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