venerdì 21 febbraio 2014

Venere di Milo un'icona classica che ha attraversato i secoli


VENERE DI MILO
ca. 200 a.C. 
Marmo – Musée du Louvre, Parigi.





Avvolta da un manto di bellezza e mistero che copre una varietà sorprendente di scenari, dalle caratteristiche anatomiche all’identità dell’autore fino alle modalità del ritrovamento, il segno che ha lasciato la Venere di Milo nella storia dell’arte ha meriti che vanno ben oltre le sue notevoli qualità estetiche. La Venere fu trovata nell’isola di Milo nella primavera del 1820 e  nel 1821 Luigi XVIII ne fece dono al Museo del Louvre. Il momento del ritrovamento non sarebbe potuto essere più propizio, in quanto, solo pochi anni prima, la Francia aveva subìto un duro colpo con la restituzione all’Italia, in seguito alla disfatta napoleonica, di molte opere d’arte, fra cui la celebre Venere de’ Medici. Ciò fece sì che la nuova Venere fosse accolta con tutti gli onori e subito magnificata come superiore a quella perduta. 
Poiché tale capolavoro non poteva ridursi ad essere il frutto dell’operato di mani anonime, ecco che iniziò a circolare come possibile autore il nome di Prassitele, ipotesi affascinante ma in netto contrasto con altri ritrovamenti, perfettamente calzanti con la Venere, fatti pochi anni dopo.
Già nel 1860 Samuel Phillips la descriveva come “forse la più perfetta combinazione di grandiosità e bellezza nella forma femminile”; nel 1875 la prestigiosa guida al museo pubblicata da Karl Baedeker parlava della Venere come del “più celebre tra i tesori del Louvre”, alimentando un’ascesa irresistibile che neanche i commenti più critici riuscirono a scalfire. 
Un’ altra fattispecie da analizzare è l’enigma che ha tenuto per decenni impegnati gli studiosi sulla sua iconografia: questo mistero basta da solo a garantire alla Venere un ruolo immortale nell’immaginario collettivo. Il sovrapporsi di interpretazioni suggestive soprattutto sulla parti mancanti della statua ha scatenato l’immaginario di artisti, registi e pubblicitari, che hanno visto nella Venere un binomio ambivalente di limitazioni fisiche e bellezza. 
Vale la pena ricordare Marlene Dietrich nei panni della Venere bionda di Josef von Sterneberg (1932), a cui si è sicuramente ispirato Charles Vidor per Gilda (1946) e più avanti il regista Bertolucci per il personaggio di Isabelle in The Dreamers (2003), dove i lunghi guanti destinati a coprire le braccia delle protagoniste, uniti alla marcata sinuosità della loro silhouette, ricordano apertamente la statua senza braccia.

Locandina tedesca del film Venere bioda, 1932.

Locandina del film Gilda, 1946.

Eva Green in una scena del film The dreamers, 2003.

Nel 1963 la General Telephone & Electronics di Stamford la utilizzò per reclamizzare uno dei primi apparecchi muniti di vivavoce con lo slogan “il telefono che si può usare senza mani”, riprendendo un concetto espresso in maniera più sottile in una delle prime campagne pubblicitarie dei cereali Kellogg’s nel 1910 (“Se la Venere avesse le braccia…”).


Pubblicità a stampa per Kellogg’s,  Se la Venere avesse le braccia” 1910.

Lampada Venus prodotta da Sli


Seguendo la traccia visiva lanciata da Man Ray con il ritratto della stilista Elsa Schiapparelli (1933), la Venere fu in seguito adottata come baluardo femminista o come simbolo della disabilità. 

Man Ray, ritratto della stilista Elsa Schiapparelli, 1933.

Jillian Mayer, fotogramma del video Venus de Milo, 2011.


Lievemente più convenzionale è invece il ritratto di Alison Lapper incinta, presentato da Marc Quinn a Trafalgar Square a Londra nel 2005 o la campagna di sensibilizzazione fatta dalla Regione Veneto per il lancio di iniziative ad appuntamenti sulla disabilità (2003).

Marc Quinn, Alison Lapper incinta, Trafalgar Square, 2005.

Campagna di sensibilizzazione proposta dalla Regione Veneto, 2003.

Quest’ultimo punto rinforza la diffusa scuola di pensiero secondo cui la Venere di Milo non sarebbe mai entrata nell’immaginario collettivo se fosse stata sottoposta a un restauro ricostruttivo.


Fonte bibliografica: Francesca Bonazzoli e Michele Robecchi, Io sono un mito. Electa, Milano 2013.

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